-> Meraviglie della natura Quel sapore dell'entroterra

24
Set '09
12.19
di Guido Stecchi

L'albicocca di Valleggia, piccolotta, con le guance rosse come quelle delle genti di campagna, dolce e profumata come le fanciulle delle canzoni del genovese De André, rappresenta, tra i preziosi gioielli dell'agricoltura ligure, il gusto delle vacanze.

La costa savonese sarebbe, senza l’invasione del cemento e i parcheggi intasati, uno dei più bei mari del mondo. I liguri di queste parti sono vittime costanti degli sketch televisivi per l’esosità dei gestori dei bagni e degli albergatori. Tutto vero, nel nome delle palanche qui hanno ne hanno combinate di tutti i colori.
Ma è il rovescio di una medaglia che ha, invece, un’altra faccia che continua e continuerà ad affascinare i vacanzieri, soprattutto i milanesi. Qui la gente non ha perso le proprie radici, vi rimane abbarbicata e non molla. Soprattutto non mollano i pescatori e i contadini, né mollano gli osti, quella loro convinzione forse sparagnina ma tanto vera che la terra e il mare sono, alla fin fine la fonte di tutto, palanche comprese. È vero che nelle pescherie ci sono branzini d’allevamento e scampi decongelati, ma ci sono pure quei pesciotti e quei polpotti che ai mercati delle città non arrivano e che, persino in Sicilia, abbiamo visto ributtare in mare. I ristoranti degli alberghi non li fanno, ma in ogni borgo c’è almeno un oste che li lavora a meraviglia proponendo menu di pesce meno “globalizzati”.
Perché sono tirchi? Nossignori, perché li sanno ancora cucinare! E, fatto straordinario, i fruttivendoli dei carrugi, negozi affascinanti per i loro profumi e i loro colori, continuano a proporre le verdure e la frutta dei contadini delle vallette che stanno, in linea d’aria, a poche centinaia di metri dai conglomerati di cemento che soffocano queste antiche e vivacissime viuzze dei centri storici.
Sono verdure e frutti dal sapore speciale, forse perché la natura deve ripagare la fatica di chi ha strappato e continua a strappare un po’ di spazio fertile con terrazze e muretti a secco su pendii dove macchine e trattori non arrivano. Tra questi frutti ci sono le albicocche di Valleggia, buonissime per il palato e per la pelle di chi abusa col solleone.

Non solo pochi vecchierelli
Parlottando con i pescatori di Noli o con i contadini delle Manie, osserviamo la loro pelle raggrinzita e un’età che si vede tutta, forse per colpa del sole, così ci vien da pensare che quelle acciughe pressate nei cilindri di vetro e quelle albicocche rubiconde e dolcissime sono roba che noi possiamo ancora gustare ma i nostri figli no.
Sta di fatto che questi pensieri li esprimevano mia nonna e poi mio padre fin dai promettenti anni Cinquanta, eppure ai nostri nipotini, questa estate, faremo fare spanciate di albicocche di Valleggia.
Forse quei vecchierelli sono quelli che hanno il tempo di chiacchierare sul lungomare, magari, però, dopo ore di lavoro a sgarbugliare le reti, o di stare sulla soglia di casa a selezionare le patate, magari, però, dopo averle zappate.
Ma evidentemente dietro di loro c’è qualcun altro: una certa continuità generazionale resta, altrimenti non continueremmo a trovare certe delizie che, guarda un po’, costano pure meno delle parenti, molto lontane quanto a carattere e dna, che arrivano dai grandi mercati. E non ci sarebbero associazioni e movimenti per ottenere denominazioni d’origine e quant’altro per difendere le proprie specificità.

Quando le coglievamo dall’albero
Non sono trascorsi tanti lustri da quando chi sceglieva Spotorno, Finale Ligure, Noli, ma pure altri centri balneari ponentini, attendeva il fresco del tramonto o, al contrario, partiva all’alba per fare una passeggiata appena dietro i centri abitati immergendosi in vallette o pendii verdissimi.
Da Spotorno o Celle Ligure bastano le gambe, da altri centri forse l’auto è indispensabile. La meta erano proprio gli alberi di albicocche, per coglierle direttamente dagli alberi già completamente mature. Col permesso dei contadini, naturalmente, che qualche volta lo davano volentieri, in cambio di palanche ovviamente.
Altre volte dicevano di no perché “il raccolto era venduto in pianta” a fantomatiche ditte, che si assumevano i rischi dell’eventuale annata cattiva o della grandinata, ma poi volevano tutto...
Verità? Balla? Non lo sappiamo. Oggi, che l’albicocca di Valleggia potrebbe diventare nientepopodimeno che Igp, è sempre più difficile trovarle mature mature ancora sulle piante. Il disciplinare prospettato per l’eventuale Indicazione Geografica Protetta dell’Unione Europea è piuttosto semplice, non si spreca in descrizioni tecniche citando caratteristiche qualitative minime, a cominciare dal grado zuccherino. In fondo, si sa, questo non dipende solo dalla cultivar ma pure dall’andamento climatico e dal grado di maturazione. Si preoccupa soprattutto di definire con chiarezza i limiti territoriali della denominazione e il marchio.
Così questa cultivar può prodursi, portando legittimamente il nome di albicocca di Valleggia, nella zona del litorale savonese, tra Varazze e Albenga e, più esattamente, nel territorio dei comuni di Loano, Pietra Ligure, Borgio Verezzi, Giustenice, Tovo, Magliolo, Finale Ligure, Calice Ligure, Rialto, Orco Feglino, Vezzi Portio, Noli, Spotorno, Bergeggi, Vado Ligure, Quiliano, Savona, Albisola Marina, Albissola Superiore, Stella, Celle Ligure e Varazze. Valleggia, del resto, è una località del comune di Quiliano che sta al centro di quest’area, la quale comprende uno dei luoghi naturalisticamente più interessanti dell’intera Liguria, l’altopiano delle Manie tra Spotorno e Finale.

Nota dal primo Novecento
L’albicocca di Valleggia, Valleggin in dialetto, è una cultivar locale, selezionata nei primi anni del 1900,  nasce da una pianta vigorosa, longeva e rustica, con produzione costante, anche per la caratteristica della fioritura tardiva e graduale.
Ha una buona adattabilità all’ambiente. L’albicocco che produce l’Albicocca di Valleggia può essere innestato su franco (Prunus armeniaca) oppure su pesco (Prunus persica) o su susino mirabolano (Prunus cerasifera o P. myrobalana). Il frutto, dalla polpa soda, molto dolce e aromatica, ha un epicarpo di colore arancio, sottile e liscio, con puntinature rosso mattone. Presenta una buona resistenza ai trasporti e alle manipolazioni nonostante la buccia sottile che, come ci racconta Federico Santamaria, la rende speciale per fare marmellate ma poco adatta a essere sciroppata.
Federico sta a Calizzano (019 7906065) ed è un asso a fare conserve, compresa la confettura di albicocca di Valleggia e varie specie di funghi del suo paese. Quando è possibile e ne vale la pena cerca di “firmare” le etichette con la provenienza degli ingredienti.
Tornando al disciplinare, questo impone pure metodi di coltura tradizionali e un’intensità massima di 400 piante per ettaro con una resa massima di 50 chili di frutti a pianta.

Ecco i punti vendita dove è possibile trovare l'Albicocca di Valleggia:

LE RIUNITE  Soc. Coop. Agricola
c/o Mercato Ortofrutticolo, loc. Pilalunga  - 17047 Quiliano (SV)
Tel. 019 853881 - Fax 019 803016

Cooperativa L’ORTOFRUTTICOLA
Via F.lli Cervi, Valleggia - 17047 Quiliano (SV) - Tel. 019.880368

In tutti i negozi di ortofrutta specializzati della provincia di Savona che espongono il marchio Albicocca di Valleggia e che propongono il prodotto negli imballaggi con lo stesso marchio.


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