È l’olio della Valnerina, che dai porti sul Nera e sul Tevere arrivava a Roma per condire la cucina italiana delle origini: ceci, lenticchie, farro… E in Umbria, a Terni in particolare, è ancora il buon mangiare di allora che riscalda le tavole delle famiglie e degli osti.
di Guido Stecchi
Foto della CCIAA di Terni
Roma era, in fondo, una capitale di contadini, Catone tuonava “Carthago delenda est” e, nel contempo, scriveva il De Agricultura, i reduci venivano premiati con un pezzo di terra da coltivare. Così il Tevere era soprattutto una via d’acqua percorsa dalle barche dei mercanti e dei contadini e Otricoli, oggi in provincia di Terni, era chiamato il “porto dell’olio”, di quell’olio che, in gran parte, giungeva da altri porti che stavano lungo il Nera, allora navigabile pure con grandi barche, non, come oggi, percorso solo dagli arditi che si precipitano nelle acque spumeggianti con le canoe o il gommone da rafting.
Possiamo immaginarci il gran movimento lungo i moli in legno o in cementizio, moli ben fatti, perché i Romani erano maestri in queste cose, ma precari per le frequenti piene, con i carri che scendevano dalle vallate con i pecorini, le ricotte, i legumi, il farro, il grano e che scendevano dai pendii coperti di olivi e di vigne, possiamo immaginare i contadini meno abbienti che arrivavano, invece, con un po’ di roba portata a spalla. E da novembre ecco le barche seguire lentamente la corrente cariche con l’olio, estratto con i mulini alimentati anch’essi dalle stesse acque, oppure con le olive, che a Roma piacevano tanto tal quali o, forse, che qualche riccone romano voleva molire da sè dopo averle fatte denocciolare come pare piacesse a Catone.
Tanto la mano d’opera non mancava mai, i prigionieri delle campagne militari arrivavano a Roma più numerosi delle cavallette. Oggi quei porti non ci sono più, i borghi lungo il Nera, costruiti dai Longobardi, dai monaci o da nobili locali, stanno arroccati sui colli, qua e là le torri d’avvistamento erano un costante contatto visivo per dare l’allarme all’arrivo dei Saraceni, che non si preoccupavano per nulla della vicina Roma quando addirittura risalivano il Tevere e lo stesso Nera per depredare i villaggi.
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