-> Facciamo il punto Finalmente trasparenza!
| 01 | Gen '08 12.58 |
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| di Flavio Zaramella | |
Un decreto legge ha stabilito regole semplici per aiutarci a riconoscere i genuini extravergini italiani. Persino al supermercato
Invece, un altro signor G. che legge le pagine economiche del suo quotidiano sa che molti nomi famosi, di famiglie che hanno fatto la storia dell’olio italiano, oggi sono solo freddi marchi che passano da una multinazionale all’altra. Negli ultimi tempi, alcuni sono addirittura finiti in mani spagnole. E, soprattutto, non fanno olio ma lo comprano non si sa dove, lo miscelano e lo etichettano. Però, guarda caso, attraverso i loro spot pubblicitari e certi trucchetti sull’etichetta ci hanno sempre tenuto a far notare che i nomi dei marchi sono toscani, liguri, umbri... Già, perché l’olio extravergine d’oliva italiano è più buono, il migliore dal punto di vista salutistico e anche più “in”. L’unico neo è che costa parecchio, perché l’Italia è generosa in qualità ma avara in quantità. La nostra natura è come una vecchia saggia con la pelle rugosa. I suoi uliveti solo a volte sono giovani, adagiati su morbide pendenze o distesi in piano come grandi mari verdi. Molto più spesso sono uliveti antichi ancor più che vecchi, abbarbicati su colli e calanchi, su monti e terrazzi: le loro olive le fanno pagar care in fatica e tempo. Così, finché la legge l’ha consentito, lo sforzo dei guru del marketing era inventarsi sempre nuovi trucchi per far credere che l’olio nella loro bottiglia fosse italiano. Senza dichiararlo, intendiamoci, perché la legge non consentiva di raccontar fandonie anche prima del nuovo decreto. Ma la legge non offriva neppure strumenti semplici per aiutare il consumatore a sapere con esattezza cosa comprava.Meno burocrazia, meno costi...
Ecco perché questo nuovo decreto è di straordinaria importanza. Attualmente, buona parte dei consumatori spesso mette nel carrello delle vere e proprie “patacche” nella convinzione di aver scelto un prodotto del “Bel Paese”. Per assurdo, la tracciabilità, cioè l’obbligo di indicare sempre la provenienza dei prodotti alimentari, finora era facoltativa proprio per l’olio da olive. Mentre quando compriamo anche una semplice patata sappiamo esattamente dove è stata coltivata.
L’origine di un prodotto è considerata dall’Unione Europea un “prerequisito”, cioè un’informazione fondamentale per la sicurezza alimentare prima ancora che per la qualità del prodotto. In passato, invece, i governi italiani, sia di destra sia di sinistra, si sono guardati bene dall’impegnarsi in seri interventi per rimediare a norme comunitarie introdotte per omologare i prodotti al livello qualitativo più basso e, probabilmente, per agevolare le aziende multinazionali. Anzi, erano in prima linea al loro fianco. Così potevamo essere certi dell’origine degli extravergini solo acquistando l’olio delle aziende che, per scrivere sull’etichetta “prodotto in Italia”, si assoggettavano volontariamente, e non per obbligo di legge, a una serie di controlli e di adempimenti burocratici molto costosi. Oppure dovevamo scegliere oli Dop, a Denominazione di Origine Protetta. Così, in entrambi i casi, eravamo costretti a comprare extravergini molto cari e, oltretutto, non facili da trovare perché prodotti in quantità insufficienti per la grande distribuzione. Ma i 6mila proprietari italiani di frantoi e gli olivicoltori (più di 1 milione!) erano in fermento. Il ministro delle Politiche Agricole e Alimentari se ne è reso conto e si è schierato finalmente dalla parte giusta: quella della gente, ovvero dei consumatori e dei “veri” produttori.
saranno di meno gli oli taroccati
Non va trascurato un altro vantaggio: il decreto prevede controlli per verificare se quanto scritto sull’etichetta riguardo alla provenienza dell’olio nella bottiglia o nella lattina corrisponda o meno alla verità. Questi controlli, nello stesso tempo, verificano se le olive sono davvero olive e se il processo di produzione è quello solo meccanico previsto per gli oli vergini e non comprende anche qualche trucchetto per trasformare in pregiati extravergini oli “lampanti”, ossia non commestibili per l’elevata acidità o il cattivo sapore.
Perché “italiano” è così importante?
Ma non tutti gli oli sono uguali: il potere salutistico dell’olio extravergine deriva in gran parte dalla sua piccola componente non grassa, chiamata “insaponificabile”. Quest’ultima, negli oli italiani, è in genere più ricca di preziose sostanze antiossidanti: i polifenoli, il carotene, gli steroli, gli antociani. Inoltre, nell’olio nostrano l’equilibrio degli acidi grassi che lo compongono mediamente è l’ideale per il nostro organismo, perché contiene una percentuale maggiore del benefico acido oleico. In quanto a gusto, poi, è cruciale il fatto che l’ulivo abbia trovato nel territorio italiano un habitat ideale per conformazione dei suoli e dei terreni, oltre che per la collocazione della Penisola che sembra un lungo molo sul Mediterraneo, esteso dal 36° al 46° parallelo. I diversi microclimi sul territorio e le oltre 400 varietà di olive che vi crescono ci regalano una ricca scelta di oli con caratteristiche differenti, proprio come avviene per il vino. A ciò si aggiunga la sapienza degli “oliandoli” italiani, gli artigiani dell’olio: già dal 1300 la loro arte era regolata da un severo statuto e contraddistinta dal simbolo del Leone rampante.
Presidente della Corporazione dei Mastri Oleari

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